La voce al telefono mi sembrava familiare, ma non riuscivo a capire chi fosse. Avevo la testa pesante per la mancanza di sonno: Sophia mi aveva tenuta sveglia tutta la notte e nel primo pomeriggio riuscivo a malapena a stare in piedi. Stavo cercando di pulire la pappa spalmata sul tavolo, quella che Paula non aveva voluto mangiare, quando ho risposto. «Mi scusi, chi parla?

» ho chiesto, cercando di mettere da parte la stanchezza. «Sono Daria Ile, della filiale principale della Metropolitan Bank. Si ricorda di me, Daria? »
Certo che mi ricordavo.
Cinque anni prima, avevo salvato quella giovane donna da un licenziamento ingiusto e da un procedimento penale, dimostrando che era stato il suo capo a rubare il denaro, non lei. Da allora ci eravamo incrociate qualche volta in banca e lei mi sorrideva sempre come a una vecchia conoscenza. «Sì, Daria, mi ricordo. Che succede?
»
Al telefono ci fu una pausa. Sentivo Daria respirare affannosamente, come se stesse raccogliendo il coraggio. «Marlene Victoria, sto violando ogni regola in questo momento. Verrò licenziata se scopriranno che ho chiamato un cliente con queste informazioni.
Ma le devo tutto: lei mi ha salvato la vita, la mia carriera, tutto. »
Il cuore mi balzò in gola. Qualcosa nella sua voce mi fece posare il panno e raddrizzare la schiena. «Parli, prego.
»
«Suo marito è qui, in banca, con una donna. »
Sorrisi, incredula. «Daria, è impossibile. Alexander è in viaggio d’affari a Lipsia.
È partito ieri mattina, tornerà fra quattro giorni. »
«Marlene Victoria… » La voce di Daria tremava. «Quella donna…
è lei. Cioè, dice di essere lei. Indossa il suo cappotto, quello di cammello, e la sua borsa. Ha mostrato il suo documento d’identità.
»
Il mondo si fermò. Ero in cucina, inondata dalla luce autunnale, e sentii il freddo salire dai piedi al petto. Dentro di me, qualcosa si ruppe. Non era più stanchezza: era un dolore sordo, una paura che non avevo mai provato.
«Provi a capire, Daria. È sicura? »
«Assolutamente sicura. E non è tutto: hanno appena effettuato un prelievo di duecentomila euro dal suo conto congiunto, con la sua firma.
La firma che lei usa solo per le grandi operazioni. »
La gola si chiuse. Duecentomila euro. Con la mia firma?
Io non avevo firmato nulla. Ero a casa, con la bambina, da sola, a combattere contro la nausea mattutina. «Come è possibile? » sussurrai.
«Non lo so, ma c’è di più. Hanno richiesto un trasferimento di un milione di euro verso un conto estero. Devo parlare con il direttore? »
«No, non parli con nessuno.
Mi dica solo dov’è mio marito adesso. »
«È nella sala riunioni al secondo piano. La donna è con lui. Sembrano…
intimi. »
La rabbia cominciò a ribollire, lentamente, al posto della paura. Alexander. L’uomo che condivideva il mio letto, il padre di mia figlia.
Mi aveva tradita, mi aveva presa in giro per mesi, forse anni, mentre io mi consumavo a crescere Sophia e a proteggere la nostra famiglia. «Daria, la prego, tenga d’occhio la situazione. Non faccia nulla, non dica nulla. Arrivo subito.
»
Riattaccai e rimasi lì, immobile, a fissare il muro. Sophia piangeva nella culla, ma non riuscivo a muovermi. Poi, il pensiero di mia figlia mi diede la forza. Non potevo lasciare che questo accadesse.
Non senza sapere tutta la verità. Arrivai in banca in venti minuti. Parcheggiai male, entrai di corsa, il respiro spezzato. Daria mi aspettava nell’atrio, pallida come un lenzuolo.
«Sono ancora lì sopra. Hanno appena chiuso la porta. »
Feci un cenno col capo. Salii le scale, i passi attutiti dal tappeto.
La porta della sala riunioni era socchiusa. Sentii la voce di lui, calma, complice: «Ti ho detto che si sarebbe risolto. Lei non capisce nulla di affari. Con questi documenti, avremo tutto.
»
Poi una risata. Non la sua, ma quella di una donna. Una risata leggera, sprezzante. Spinsi la porta.
Alexander era seduto al tavolo, con la schiena verso di me. Di fronte a lui, una donna con il mio cappotto di cammello, i capelli raccolti esattamente come i miei. Si voltò. Non era un sosia perfetto, ma somigliava abbastanza da ingannare chi non mi conosceva bene.
Lui sollevò lo sguardo, sorpreso, poi arrabbiato. «Marlene? Che ci fai qui? »
«Questa è la mia domanda, Alexander.
Chi è lei? »
«Sei seguita? Hai fatto seguire me? »
«No, Alexander, non ho fatto seguire nessuno.
Sono venuta perché ho ricevuto una telefonata. Sai, quella da persone oneste che non sopportano di vedere un traditore. »
La donna fece per alzarsi, ma la fermai con uno sguardo. «Resta seduta.
Non hai il diritto di muoverti. »
Alexander si alzò, cercando di prendermi il braccio. «Parliamo fuori. Non fare scenate qui.
»
«Scenate? Vuoi parlare di scenate? » Tirai fuori il cellulare. «Ho chiamato la polizia.
Hanno già sentito tutto. »
La sua faccia diventò grigia. «Sei pazza. »
«No, Alexander.
Finalmente vedo chiaro. »
La polizia arrivò in dieci minuti. Portarono via lui e la donna, insieme ai documenti falsi e ai conti esteri. Mentre lo ammanettavano, lui mi guardò con odio.
«Non ti darò nulla. Ti porterò in tribunale. Non hai soldi, non hai niente. »
«Avrai tempo per pensare a tutto questo in cella, Alexander.
»
Il processo durò mesi. Venne fuori che lui aveva svuotato i conti, nascosto beni, e aveva usato il mio nome per intestarsi proprietà all’estero. La donna era la sua complice, una sua ex collega. Non provai nemmeno un briciolo di soddisfazione quando lo condannarono.
Provai solo una strana pace, mescolata a una rabbia sorda. Una sera, mentre Sophia dormiva, mi misi a frugare nella sua vecchia scrivania. Trovai una chiave, piccola, d’oro, con una targhetta: «Serratura 24, Cassetta 47, Volksbank». Non l’avevo mai vista prima.
Perché non l’aveva mai menzionata? Il giorno dopo andai in banca, aprii la cassetta. Dentro c’era una busta con delle foto. Foto di me, in spiaggia, in giardino, nel parco con Sophia.
Foto scattate da lontano, con un teleobiettivo. E un biglietto scritto a mano: «Sapevo che saresti venuta. Ora sai chi sono veramente. » Non era la sua scrittura.
Era quella di qualcun altro. Di qualcuno che mi osservava da molto tempo. Rimasi lì, con la busta tra le mani, a chiedermi chi altro mi aveva tradito. E se anche quella persona fosse stata vicina, più di quanto immaginassi.
Ma quella risposta non sarebbe arrivata subito. Non quella sera. Non finché non avessi deciso di seguirla fino in fondo.


