Avevo settantatré anni quando, in un pomeriggio di luglio, riempii una vecchia borsa e lasciai la mia casa sulle colline fuori Imola.
Non stavo scappando.
Non volevo trasferirmi per sempre da nessuno.
Avevo soltanto bisogno di qualche settimana.
Il dolore alle anche era peggiorato. Le gambe mi tremavano quando restavo troppo in piedi e da tre giorni il caldo mi aveva tolto perfino la forza di cucinare.
Prima di uscire misi nella borsa due vestaglie, le pantofole, le medicine per la pressione, un rosario e una vecchia fotografia.
Nella foto c’erano i miei tre figli da bambini.
Lorenzo, Matteo ed Elisa.
Tutti abbracciati a me davanti a quella stessa casa.
Mio marito Paolo era morto quando Elisa aveva otto anni.
Da allora li avevo cresciuti quasi da sola.
Avevo fatto pulizie la mattina, lavorato in cucina il pomeriggio e rinunciato a molto più di quanto loro avessero mai saputo.
Ma non avevo mai pensato che mi dovessero qualcosa.
Erano i miei figli.
Quel giorno speravo soltanto che uno di loro mi dicesse:
— Entra, mamma.
Il primo fu Lorenzo.
Il mio primogenito.

Quarantotto anni, avvocato a Bologna, moglie e due figli.
Dopo autobus, treno e tre piani di scale perché l’ascensore era guasto, arrivai davanti alla sua porta con la camicetta bagnata di sudore.
Suonai.
Lorenzo aprì.
Prima guardò me.
Poi la borsa.
La sua espressione cambiò.
— Mamma? Che ci fai qui?
Non disse “come stai?”.
Non disse “entra”.
Gli spiegai che mi sentivo debole e che avevo bisogno di stare qualche giorno con qualcuno.
— Mi basta il divano, Lorenzo. Appena mi riprendo torno a casa.
Per qualche secondo non rispose.
Poi fece una cosa che non dimenticherò mai.
Uscì sul pianerottolo.
E chiuse la porta dietro di sé.
Come se non volesse che sua moglie mi vedesse.
— Mamma, qui siamo già stretti.
— Dormo sul divano.
— I bambini hanno bisogno dei loro spazi. Francesca lavora da casa.
— Sono pochi giorni.
Lorenzo sospirò.
— Vai da Matteo. Lui ha una villetta.
Rimasi a guardarlo.
— Tuo fratello sa che vengo?
— Chiamalo tu.
Non c’era altro da dire.
Abbassai gli occhi.
— Va bene.
Mi voltai verso le scale.
Avevo già iniziato a scendere quando sentii Francesca domandare dall’interno:
— Chi era?
Ci fu un attimo di silenzio.
Poi mio figlio disse:
— Nessuno. Aveva sbagliato porta.
Mi fermai con una mano sul corrimano.
“Nessuno.”
Io ero “nessuno”.
La donna che aveva passato notti intere accanto al suo letto quando aveva la febbre.
La donna che aveva venduto i propri gioielli perché lui potesse iniziare l’università.
Non tornai indietro.
Continuai a scendere.
Un gradino alla volta.
E per tutta la strada fino alla fermata dell’autobus continuai a ripetermi una cosa:
“Matteo sarà diverso.”
Da bambino Matteo era quello che mi abbracciava più forte.
Quando tornavo stanca dal lavoro correva verso di me e diceva:
— Mamma, quando sarò grande mi prenderò cura di te.
Quel pomeriggio arrivai davanti alla sua villetta a Casalecchio di Reno.
Due piani.
Un giardino curato.
Un grande soggiorno visibile dall’ingresso.
Suonai.
Matteo aprì in tuta.
Anche lui guardò subito la mia borsa.
— Mamma? Che succede?
Gli raccontai del dolore, della stanchezza, del caldo.
Poi dissi:
— Ho già provato da Lorenzo.
Il suo viso cambiò.
— E?
— Mi ha detto di venire da te.
Matteo abbassò gli occhi.
In quel momento capii che non era sorpreso.
Era infastidito.
— Mamma, proprio adesso è complicato.
— Perché?
— Ho un contratto importante. Lavoro anche nei weekend. E sopra stiamo facendo dei lavori.

Guardai oltre la sua spalla.
Il soggiorno era enorme.
Il divano era più grande del letto matrimoniale che avevo a casa.
— Matteo, io posso dormire lì.
Indicai il divano.
Lui non si voltò nemmeno.
— Non è solo una questione di spazio.
Quelle parole fecero più male di quanto volessi ammettere.
— Allora qual è la questione?
Silenzio.
Poi disse:
— Perché non vai da Elisa? Lei lavora part-time. Ha più tempo.
Rimasi immobile.
— Lorenzo mi ha mandato da te. Tu mi mandi da Elisa.
Matteo si passò una mano tra i capelli.
— Non farne una tragedia, mamma.
Una tragedia.
Avevo chiesto un divano.
— Va bene.
— Magari a settembre possiamo organizzarci meglio.
Settembre.
Mancavano quasi due mesi.
Uscii dal giardino senza voltarmi.
Questa volta non cercai nemmeno di convincermi che andasse tutto bene.
Mi rimaneva soltanto Elisa.
La mia figlia più piccola.
Viveva a San Lazzaro di Savena con suo marito Davide.
Non avevano figli.
Durante il viaggio continuai a pensare:
“Lei è mia figlia. Lei mi farà entrare.”
Quando arrivai erano quasi le cinque.
Le gambe mi facevano così male che dovetti appoggiarmi al muro prima di suonare.
Elisa aprì in vestaglia.
Mi guardò.
Poi guardò la borsa.
— Mamma, che ci fai qui?
Era la terza volta che sentivo quella frase.
Alla prima porta mi aveva ferita.
Alla seconda mi aveva umiliata.
Alla terza mi fece sentire come se fossi arrivata in un posto dove non avevo più diritto di stare.
— Posso entrare?
Elisa esitò.
Solo per un secondo.
Ma una madre nota certe esitazioni.
Alla fine si spostò.
Mi sedetti sul bordo del divano.
— Sono stata da Lorenzo e da Matteo.
Lei rimase in piedi.
— E?
— Nessuno dei due può tenermi qualche giorno.
Elisa incrociò le braccia.
— Mamma, anche qui è complicato.
La guardai.
Non avevo ancora chiesto niente.
Lei aveva già preparato la risposta.
— Mi basta questo divano.
— Davide non ama avere gente in casa.
Alzai lentamente gli occhi.
— Gente?
Elisa impallidì appena.
— Non intendevo…
— Sono tua madre, Elisa.
— Lo so, ma noi abbiamo le nostre abitudini.
Mi guardai intorno.
Un soggiorno silenzioso.
Nessun bambino.
Nessun ospite.
Nessun lavoro di ristrutturazione.
Soltanto io.
Evidentemente ero io il problema.
Elisa sospirò.
— Forse dovremmo pensare a qualcosa di più adatto.
— Cosa?
— Una struttura.
— Che struttura?
Esitò.
Poi lo disse.
— Una RSA.
Per alcuni secondi non riuscii a parlare.
— Vuoi mandarmi in una casa di riposo?
— Non dirla così.
— Come dovrei dirla?
Elisa si irrigidì.
— Avresti assistenza. I pasti. Persone della tua età. Forse sarebbe meglio per tutti.
Meglio per tutti.
Quelle parole mi rimasero dentro.
Non “meglio per te”.
“Meglio per tutti.”
Mi alzai.
Presi la borsa.
— Mamma, dove vai?
— Via.
— Non fare la drammatica.
Mi fermai sulla porta.
Lorenzo mi aveva chiamata “nessuno”.
Matteo mi aveva detto di non fare una tragedia.
Adesso Elisa mi diceva di non fare la drammatica.
Li avevo cresciuti io.
Eppure quel giorno sembravano tutti aver imparato la stessa frase.
— Possiamo parlarne con i miei fratelli — disse Elisa.
Mi voltai verso di lei.
— Ci ho già parlato.

Uscii.
Pochi minuti dopo cominciò a piovere.
Non avevo l’ombrello.
Raggiunsi una fermata dell’autobus e mi sedetti con la borsa sulle ginocchia.
Quando la aprii, vidi che la vecchia fotografia si era bagnata agli angoli.
La tirai fuori.
Tre bambini mi sorridevano.
I miei bambini.
Passai un dito sui loro visi.
E per la prima volta quel giorno piansi.
— Una madre è riuscita a crescere tre figli da sola — sussurrai. — Ma tre figli non riescono a trovare un divano per la loro madre.
Quando arrivò il buio ero ancora fuori.
Verso le nove squillò il telefono.
Era Lorenzo.
— Mamma, dove sei?
— Sto bene.
— Elisa dice che te ne sei andata arrabbiata.
— Non sono arrabbiata.
— Dove dormi?
Guardai la strada davanti a me.
— Ho trovato un posto.
— Sicura?
— Sì, tesoro. Non preoccuparti.
Chiusi la chiamata.
Avevo mentito.
Non avevo trovato niente.
Quella notte arrivai alla stazione di Bologna Centrale.
Mi sedetti in una zona d’attesa con i vestiti ancora umidi.
Avevo freddo.
Ero stanca.
A un certo punto un addetto alla sicurezza sulla sessantina si fermò davanti a me.
— Signora, sta bene?
— Sì.
Mi guardò.
Probabilmente capì che non era vero.
Dopo qualche minuto tornò con una coperta leggera.
— La prenda. Qui di notte fa freddo.
Sentii gli occhi riempirsi di lacrime.
— Grazie.
L’uomo sorrise.
— Ho anch’io una madre anziana. Se fosse sola da qualche parte, spererei che qualcuno facesse lo stesso per lei.
Strinsi quella coperta contro il petto.
Non conoscevo nemmeno il suo nome.
Eppure uno sconosciuto aveva appena fatto per me quello che nessuno dei miei tre figli aveva voluto fare.
La mattina seguente ricordo soltanto alcune voci.
Qualcuno che mi chiamava.
Una mano sulla spalla.
Poi il buio.
Quando riaprii gli occhi, vidi una flebo.
Ero in ospedale.
Girando lentamente la testa vidi tre persone ai piedi del letto.
Lorenzo.
Matteo.
Elisa.
I miei tre figli.
Li guardai per qualche secondo.

Poi dissi soltanto:
— Siete venuti?
Elisa cominciò a piangere.
Lorenzo abbassò la testa.
Matteo non riusciva nemmeno a guardarmi.
Il medico aveva già spiegato loro che ero arrivata disidratata, debilitata e sfinita.
Lorenzo fu il primo a parlare.
— Mamma… perdonami.
Non risposi.
Si avvicinò al letto.
— Ieri non ti ho nemmeno fatta entrare.
Poi la sua voce si spezzò.
— E quando Francesca mi ha chiesto chi fosse… ho detto “nessuno”.
Finalmente mi guardò.
— Tu hai fatto di me l’uomo che sono. E io ho detto che eri nessuno.
Matteo si avvicinò dall’altra parte.
— Io avevo una casa intera.
Si asciugò gli occhi.
— E non ho trovato nemmeno un posto per te.
Elisa prese la mia mano.
— Io ti ho parlato di una casa di riposo come se fossi diventata un problema.
La sua mano tremava.
— Mamma, siamo stati terribili.
Rimasi in silenzio.
Non volevo umiliarli.
Non volevo vendicarmi.
Ma c’era una cosa che dovevo dire.
Li guardai uno alla volta.
— Sapete cosa mi ha fatto più male?
Nessuno rispose.
— Non le vostre porte chiuse.
Feci una pausa.
— Ma il fatto che io sia dovuta finire in un letto d’ospedale perché vi ricordaste che avevate ancora una madre.
Nessuno dei tre ebbe il coraggio di alzare gli occhi.
Da quel giorno molte cose cambiarono.
Lorenzo iniziò a chiamarmi ogni mattina.
Matteo cominciò a venire a trovarmi più spesso e sistemò alcune cose in casa perché potessi muovermi meglio.
Elisa mi accompagnava alle visite e trascorreva più tempo con me.
Non dimenticai quello che era successo.
E nemmeno loro.
Perché certi errori non si cancellano semplicemente dicendo “scusa”.
Si può soltanto decidere di non ripeterli.
Io avevo cresciuto tre figli quasi da sola.
E in un solo giorno, tre figli adulti non erano riusciti a trovare nemmeno un divano per la loro madre.
Da allora ho imparato una cosa.
A volte non è la porta chiusa a fare più male.
È scoprire che, dall’altra parte di quella porta, c’è qualcuno per cui hai dato tutto.
E che per un momento ha dimenticato chi sei.



